La costa Licia

di Maurizio Cristofolini

Volendo fare una descrizione semplicistica della meteorologia di questa costa sud della Turchia possiamo dire che: se usciamo da Marmaris e andiamo a ponente entriamo nel Meltemi, mentre se andiamo verso levante rischiamo di entrare nell’afa più pesante con quasi totale assenza di vento. Ovviamente stiamo parlando dei mesi di luglio e agosto. In questo tratto di mare, verso est, affronteremo un viaggio di tre settimane lungo la splendida costa Licia, a mio parere la parte più bella della Turchia “nautica”, dove le bellezze paesaggistiche si fondono a luoghi di grande interesse storico. Navigare in questo tratto di mare è decisamente un gran piacere ma sconsiglio di farlo nei mesi più caldi dell’anno. I periodi migliori sono maggio-giugno e settembre-ottobre, non solo per avere il cielo terso, un po’ di vento e l’aria frizzante ma anche per avere le baie deserte ed evitare le centinaia di caicchi che sfrecciano avanti e indietro lungo questa rotta da Marmaris a Finike.
Prendiamo la barca a Gocek, un bel Sun Odissey 42 nuovo, appena varato, che ha dato, grazie anche alle vele nuovissime, del filo da torcere a parecchi barconi ben più grandi. Dopo una giornata di relax, per ambientarci al clima e alla cucina locale, usciamo a cercare un po’ di fresco. In questo golfo, il vento si presenta sempre verso le 11.00, ci fa divertire per un paio d’ore, a volte tre, e poi se ne va costringendoci a smotorare. Prendiamo confidenza con queste acque passando un paio di giorni all’interno del golfo di Gocek , che è la parte ovest del golfo di Fethye, che per la vegetazione e l’acqua ferma sembra più un lago alpino. Una serie di promontori scogli e isolotti proteggono queste acque dal moto ondoso e all’interno delle baiette la situazione è decisamente stabile. Buttiamo l’ancora tra gli isolotti chiamati Yassica per un primo bagno. Il posto è un po’ affollato ma merita una sosta. L’acqua bassa di un verde chiaro è calda e pulita. Va detto che, nonostante il traffico di imbarcazioni da diporto che girano da queste parti, l’acqua all’interno delle baie e molto pulita, merito di una politica di tutela dell’ambiente che la Turchia applica in modo severo. Tutte le barche sono dotate di serbatoi per le acque nere che si possono svuotare solo a tre miglia dalla costa e chi è impossibilitato può chiamare un numero verde: una piccola bettolina verrà all’ormeggio e, gratuitamente, si adopererà per le operazioni di spurgo.
Wall Bay sarà il nostro primo ormeggio per la notte. Una banchina lunga una cinquantina di metri alla quale ci si accosta all’inglese, E' preferibile, ma non obbligatorio, cenare al ristorante. Avvisandoli il giorno prima i carnivori possono ordinare il capretto alla brace. Ottima la cucina.
Alla mattina, fatti tutti i bagni che una buona vacanza esige, ce ne andiamo ad esplorare le altre calette in attesa che salga il vento. Kapi Creek offre un altro buon ormeggio con cucina a terra e la possibilità di farsi una bella passeggiata tra i boschi. Sarsala Bay con un bel pontile è un altro ottimo ristorante all’ombra dei pini. Boynuz Buku, al pontile o poco più in là, con ancora e cime a terra, offre una baia molto riparata dove lasciare la barca per fare una breve escursione fino alla cascata che dista soli 2,5 km all'interno. La curiosità del luogo è che, ovunque voi andiate, sarete sempre raggiunti da Ybrahim un simpatico ex-pescatore turco, sempre sorridente e per nulla invadente, che, a bordo della sua barca, visita di mattina presto gli yacht ormeggiati per offrire loro "fresco pane" fatto dalla moglie, miele e fichi.
A proposito di miele dobbiamo parlare anche di chi lo produce (anche in un posto bello come questo non tutto è perfetto): le api. In alcuni punti della costa sono un vero incubo. La densità della loro presenza può variare da un anno all’altro. Ero già stato da queste parti qualche anno fa e la situazione era molto più vivibile. Per colazione si presentano sempre in gran numero e in preda a frenesia alimentare si infilano ovunque, ma se non si ha la sbadatezza di spalmarle sul pane insieme alla marmellata o di sedercisi sopra non risultano così terribili e ci si fa presto l’abitudine.
Prima di iniziare la nostra navigazione verso Est facciamo un salto a Ekincik, 30 miglia ad ovest. Superiamo il Capo Kurtoglu, un po’ agitato da una fastidiosa onda incrociata, e proseguiamo a vela con una bella andatura di bolina. Arriviamo verso il mezzogiorno e ormeggiamo all’Ekincik Marina Yacht Club. Nascosta da un promontorio questa marina è un gioiello incastonato della falesia, piccolo, molto raccolto e lontano dal villaggio, gode di una tranquillità eccezionale. L’acqua profonda e pulitissima ci permette di fare il bagno anche dal molo. Alla mattina seguente ci facciamo venire a prendere da una barca della cooperativa che ci porta a visitare l’antica città di Kaunos. E’ un tour da non perdere assolutamente: si entra nella laguna attraverso un’apertura nella barra della spiaggia dove sfocia il delta del fiume. Non c’è fondo e un paio di volte restiamo insabbiati. Poi, per almeno mezz’ora, si risale fino all’antico porto navigando attraverso il suo intricato delta, un labirinto di canne. Dall’antico porto si possono ammirare le tombe Lycie scolpite nella roccia della falesia ad una considerevole altezza, sono una meraviglia che lascia senza parole. Queste tombe risalgono al III sec. a.C. ed ognuna rappresenta la facciata di una casa o di un tempio, decorate con colonne e bassorilievi a seconda del periodo in cui furono scavate, hanno ornato queste coste fino in epoca romana. Da qui, lasciata la barca, si raggiunge in pochi minuti l’anfiteatro posto sulla collina sovrastante dalla quale si domina tutto il delta, fino al mare.
Con una tratta di 40 miglia ripercorriamo la rotta del giorno prima e puntiamo sul Capo Dokukbasi.
Attraversiamo il golfo di Fethye nella parte più bassa da capo a capo e andiamo ad ormeggiare con cime a terra dietro l’isola di Gemile, ora disabitata. Tra il V e il IV sec d.C., l'isola era un importante punto di passaggio per i pellegrini che andavano via mare verso la Terrasanta. Questo spiega perché un’isola di soli 4 ettari avesse ben 4 chiese. Ad aumentare l’attrattiva di questo luogo si dice che qui sia vissuto San Nicola.
Dalla barca l’isola non sembra così ricca ma solo dopo averla visitata ci si renderà conto della preziosità e dell’importanza storica di questo sito archeologico. Attraversandola per la sua lunghezza si passerà attraverso innumerevoli impianti di edifici alcuni dei quali ancora perfettamente riconoscibili come case, chiese, magazzini e lunghissimi camminamenti sotto gallerie ancora ben conservate. Dopo aver goduto di una splendida alba dalla cima dell’isola salpiamo per Kalkan, altre 35 miglia oltre la costa dei “sette capi”. Eviteremo a malincuore la bellissima baia di Olu Deniz per il troppo affollamento.
Una bella navigazione con mare calmo, un po’ a vela e un po’ a motore, ci porta in 6 ore nella baia di Kalkan. Entriamo in porto per fare cambusa. La cittadina ha un centro delizioso e una gran vita si agita per le viuzze intorno al porticciolo: bellissimi i negozi di tappeti, di gioielli etnici, piccole pensioni con grandi bouganville, ristoranti per ogni gusto e barettini molto caratteristici per tirar tardi la sera. Ma rimandiamo tutto alla tappa di ritorno perché il caldo è insopportabile e non si resiste. L’aria calda disidrata velocemente e ci porta a bere una quantità impressionante di liquidi. Fatto il pieno di tutto usciamo molto velocemente e andiamo a dare ancora nell’insenatura che si trova all'estremità ovest della baia. Da Kalkan è possibile organizzare un’escursione alle vicine Patara, Letoon e Xantos, anche queste importanti città dell’antica Licia ricchissime di straordinari reperti storici, anfiteatri ellenici, romani e mosaici bizantini. L’escursione si può fare in una giornata, partendo di buon mattino.
Sempre navigando verso oriente, a sole 8 miglia, troviamo Kastellorizo, Grecia. L’ultima isola del Dodecanneso. Fin dall’ingresso nella rada che conduce al porto si ha la sensazione, condivisa da tutto l’equipaggio, che dopo molti giorni di Turchia (dove siamo stati benissimo sotto ogni punto di vista, dall’accoglienza, all’organizzazione, al cibo, alla bellezza dei luoghi) entrare nel grande porto naturale di Kastellorizo è come arrivare a casa.
Purtroppo ci siamo fermati solo 2 giorni. Volevamo godere tutto di questo luogo dove, anche se in verità non c’è molto da vedere, c’è molta atmosfera. Il proprietario del ristorante Lazarakis ci chiama da lontano e ci invita ad ormeggiare davanti alla sua taverna. Non importa se mangi da lui o no, però ha il piacere di accoglierti e raccontarti qualcosa della storia della sua isola. Non appena lanciate le cime e spento il motore l’equipaggio si disperde tra i mille vicoli del porto: chi a bere una Mithos sotto un bersò, chi a gustarsi un piatto di pomodori e olive, chi uno yogurt col miele magari guardando la casa di Vassilissa che si riflette nell’acqua dall’altra parte del porto. Ci perdiamo in questa languida atmosfera molto mediterranea dove intorno a noi vediamo solo sguardi amici.
Si riparte, ancora verso est, prossima meta Kekova. Quest’area di navigazione vale tutto il viaggio. Un’isola stretta e lunga chiude un braccio di mare nel quale si nascondono isolotti, baie, insenature e piccoli villaggi, per la nautica è un’ambiente idilliaco che credo non abbia eguali in tutto il mediterraneo. Qui è possibile ormeggiare di fianco ai sarcofagi delle tombe Licie che spuntano dall’acqua, nuotare tra le rovine della città sommersa (sprofondata in seguito ad antichi terremoti) e mangiare sotto le mura di una fortezza. Bellissimo è il villaggio di Ucagiz, dove si può far acqua e cambusa, e dove le poche bancarelle del mercato sono ricche di frutta e verdura fresca grazie alle serre che, invisibili all’occhio del turista, sorgono numerose dietro le colline. Ucagiz è il posto perfetto per lasciare la barca in banchina e fare un’escursione a Myra. La baia è talmente tranquilla che con un buon ancoraggio ci si può anche arrischiare di lasciarla in rada. Nei pressi del paese ci sono mediamente 4 metri d’acqua con un fondo di fango, ottimo tenitore. Noi l’abbiamo lasciata nella baia dietro l’isola di Gokkaya, qualche miglio più a est, ma lì è meglio lasciare qualcuno a bordo.
Ancora più bello è il villaggio di Kale-Koy, con i suoi tappeti stesi o appesi lungo i viottoli. Chi volesse sfidare la calura può inerpicarsi lungo le viuzze che portano a Selchuk, la fortezza merlata, dalla cui sommità si domina un impressionante panorama su tutto l’arcipelago. Anche a Kale-Koy si ormeggia ai pontili dei ristoranti dove c’è acqua e corrente elettrica. Arriviamo a Gokkaya in tarda mattinata, sembra di essere fuori dal mondo: c’è solo una baracca sulla costa con un pescatore intento ai suoi lavori. Gli chiediamo come fare per andare a Myra, sapendo già che non c’è speranza e mai ci arriveremo. Il tipo estrae un cellulare, compone il numero e urla in turco con qualcuno per un paio di minuti. Incredibile, ma dopo un quarto d’ora tutto era organizzato. Spunta da dietro l’isola un motoscafo a gran velocità, ci prende a bordo e ci trasferisce al porto di Andriake dove ci aspetta un pulmino con aria condizionata.
Myra è uno spettacolare ed imponente sito archeologico con un teatro romano ben conservato, ricco di bassorilievi raffiguranti maschere teatrali. Enormi gallerie interne che circondano tutta la struttura danno accesso alle gradinate. In prossimità degli accessi si possono notare i nomi incisi nella pietra che indicano i proprietari dei posti a sedere. Il teatro è sovrastato da una serie di tombe del IV sec. a.C., che rappresentano facciate di case e di templi. Sono scavate nella montagna talmente vicine le une alle altre e così in gran numero da sembrare, se viste da lontano, una sorta di condominio. Splendidi sono anche i bassorilievi scolpiti a grandezza d’uomo che rappresentano scene di vita familiare.
Myra è stata anche la città di S. Nicola. Figlio di un ricco commerciante di Patara, Nicola divenne orfano di padre ereditando una grande fortuna che non esitò a dividere con i poveri. Si conoscono varie leggende su San Nicola (San Nicolaus, o Babbo Natale) che lo ricordano per la sua generosità, ma una in particolare è nota per una donazione da lui fatta gettando dell’oro da un camino per salvare dalla prostituzione le figlie di una famiglia in difficoltà. E' così che nacque la tradizione di depositare dei doni nei pressi del camino, tradizione che si diffuse rapidamente nel resto del mondo che celebra il Natale. Bella è la piccola chiesa, almeno quello che resta dell’impianto originario dopo terremoti, restauri e distruzioni che hanno attraversato questi luoghi nei secoli dal 500 d. C. a i giorni nostri. Le spoglie di San Nicola, divenuto vescovo di Myra sono qui conservate. Considerato il patrono dei marinai, il suo sarcofago venne profanato nel 1087 da pirati baresi che asportarono parte dello scheletro del Santo per portarlo a Bari e farne il protettore della città.
Al tramonto torniamo alla barca con gli stessi mezzi con i quali siamo venuti. Le numerose baiette dietro l’isola di Gokkaya sono uno spettacolo della natura. Una serie di passaggi tra scogli affioranti e isolotti danno un senso di tridimensionalità al paesaggio dove in ogni angolo c’è ormeggiata una barca che, nonostante la vicinanza, non disturba la privacy nè il paesaggio.
Questa è per noi l’ultima tappa. Da qui ritorniamo sulla nostra rotta verso Gocek. La prima sosta che faremo sulla via del ritorno è Kas, un bel porto con un altrettanto bel paese. Con le sue stradine alberate piene di vita e curiosità etniche ricorda molto Kalkan. Uscendo dalla baia di Kas passiamo ancora davanti a Kastellorizo ma stavolta proseguiamo e ci fermiamo a Ro, in una splendida insenatura esposta a sud. Diamo ancora su un fondale di 6 metri in un bacino d’acqua di un turchese intenso. Qui si ricorda la storia di Despina Achladioti, famosa come la “Signora di Ro”, che fuggita da Kastellorizo per i bombardamenti issò la bandiera greca su questa piccola isola tutti i giorni per 40 anni, dal ’43 fino alla sua morte, anche durante la guerra tra Grecia e Turchia.
Il ritorno a Gocek sarà veloce, con solo 2 soste intermedie. Lasciamo la barca a Skopea Marina, uno dei tre marina di Gocek con una certa malinconia. La sensazione comune è che ci siamo lasciati sfuggire qualcosa da questo viaggio, che aveva tutti gli ingredienti per essere vissuto meglio. Qualcosa che non siamo riusciti a cogliere, forse non eravamo abbastanza preparati. Ma tutti siamo convinti di una cosa, che un po’ci consola: torneremo sicuramente.